ARCHIPLANO

L' Archiblenda ha un motore di treno al molibdeno giuntato con cernierinicci corti a gomito buam tun tun buam tun tun buam buam tun tun la parte terminale è un ossoplente a legno dai pistoncini di vetro-brivido brasato striii striii striii diii striii sulla biella torsionata si cancangia un sensore biometalla fischiante prinpron prinpron prinpron
L'Archipicchio invece in blocco sta in collo allo scapicchio con due ferri avvitati alla camera di scoppio damdumdum damdumdum dumdum se lo scuoti il pulsante clanga perchè s'è rotto l'attormizzatore praclangclang praclangclang pran sul di dietro la vernice cade a spacchi ed il vento fa brillare i cacciacicci vac-chivac-chivac-vac Insieme fanno un Archiplano straordinario dalla linea turbolesta e perforante prahi calè prahi calè olè la tastiera dei comandi è a schermo liquido informale lucida di zarzo penta-biflettente digitale sgisà sgisà sat il portello meccanato rapido spantana e senza il minimo ronzio s'olìa nel mezzo tran tran tran
E l'Archiplano assemblato straordinario cascavola come un chirottero o una palla se in giù va digrignando appicca lo schedario sui capelli invece slitta con un grido di battaglia di ferraglia
E da ultimo inghiotte un razzo centenario
ruttando come un vero faccitalia
ruttando come rutta la plebaglia!

ACCIPICCHIA!

ACCIPICCHIA, CHE SGARGIANTE LA CREATURA VOLPARLANTE DI ARCHIPLANO! MEZZO UCCELLO ALLA DEPERO MEZZO DRONE LEONARDIANO. BLU E ROSSO ROMBA A TERRA, TWITTA IN CIELO COI VOLANTI FUTURISTI, CON LE MACCHINE CONIGLIE CHE FAN FIGLI. INFORNATE DI PAROLE, FILASTROCCHE PITTURATE, STRAMPALATE, NATE STRANE. ARCHIBLENDA! BIOMETALLA! TURBOLESTO, PERFORANTE COME BECCA, COME PICCHIA L'ARCHIPICCHIO DI ARCHIPLANO!

(Franco Canavesio 12 gennaio 2016)


sabato 5 maggio 2012

SOTTO LA CROCE DEL REDENTORE

Nella notte aveva immaginato
l'esistenza di Dio.

La mattina si svegliò
con l'immagine di Dio che lo sovrastava.

Perciò ebbe l'idea
di implorarne la benevolenza.

Aveva immaginato che Dio
stesse nel cielo.

Nel cielo fra le stelle
-così durante la notte l'aveva immaginato.

Se voleva essere ascoltato
doveva avvicinarsi a Dio.

Troppo in basso non l'avrebbe udito.
Così andò verso la montagna.

Ne giunse alle pendici
seguendo il fiume a ritroso.

La valle s'addentrava tortuosa
fra salti di roccia nel bosco.

Giudicò che non bastava
-era salito troppo poco.

Giunse sull'altopiano dove la valle,
prima stretta, s'allargava.

Racchiusa in una conca
formata dai bastioni delle cime.

Doveva salire ancora,
fino al limite della foresta.

Quando si lasciò indietro l'ultimo tronco
capì che non era sufficiente.

Dio non l'avrebbe ancora udito,
doveva continuare a salire.

Traversò un lungo pendio d'erba
-un passo dopo l'altro.

Quando si lasciò indietro l'ultimo filo d'erba,
vide davanti a sé sfasciumi di ghiaia.

Dio si sarebbe amareggiato
se non li avesse oltrepassati.

E dopo che l'ebbe fatto
capì che non era sufficiente.

Dio non l'avrebbe ancora udito,
doveva continuare a salire.

Le murate di pietra incombevano
sopra la sua testa.

L'aria era fredda
e il vento non dava requie.

Si sentiva esausto quando raggiunse
il colle dove nessuno era mai stato.

Era ormai sceso il tramonto
-il calore del giorno era finito.

Sul colle il vento era impetuoso
e assai più freddo.

Il sudore gli si ghiacciava addosso
-lui non aveva niente per ripararsi.

Aveva fame e sete
-era dalla mattina che non mangiava.

Intirizzito pensò che a Dio poteva bastare,
da quel colle lo avrebbe potuto ascoltare.

Ma quando girò lo sguardo di lato
vide che dal colle partiva la cresta.

Come una linea che portava
ancora più in alto.

A Dio quindi non poteva bastare
che lui fosse giunto fino al colle soltanto.

Così prese a inerpicarsi sulle pietre
-aiutandosi con le mani e le ginocchia.

La fatica sembrava impossibile
-giunse su una cengia.

Sovrastata da un salto ripido di pietra.
Ricoperta di ghiaccio.

Tremava. Migliaia di stelle
sfolgoravano in cielo.

Come un pubblico davanti
a un palcoscenico.

Dio gli chiedeva ancora uno sforzo.
La sordità di Dio è risaputa.

Così senza sapere nemmeno come
superò la barriera di ghiaccio.

Traversò l'ultimo tratto di cresta
trascinandosi con le mani insanguinate.

Giunse sulla cima
-più nulla sopra di lui.

Sotto di lui il mondo intero
una macchia di nero curvato su nero.

Sopra di lui nulla,
se non la volta stellata.

A tu per tu con Dio
che adesso poteva ascoltarlo.

Si sedette e pregò Dio finalmente,
con l'ultimo filo di voce e di fiato.

Era stremato. Esausto.
Dissanguato. Il cuore batteva a stento.

Pregò il Dio che lui stesso
aveva immaginato la notte precedente.

Pregò per un tempo che gli parve assai lungo
-eppure l'alba non veniva mai.

Il Dio inesistente
fu assai misericordioso con lui.

Al mattino un elicottero sorvolò la punta
-lui era ancora rannicchiato in ginocchio.

Non fu visto. C'erano solo neve e pietra
sotto la croce del Redentore.




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